Un giorno nella steppa kazaka (parte 1)

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È da poco passato mezzogiorno nella steppa kazaka. Ormai da parecchie ore sono in viaggio sul treno partito all’alba da Almaty (o Alma-Ata in kazako), la città più popolosa del Kazakistan e vecchia capitale di questo enorme Paese grande come mezza Europa. Direzione Astana [ora Nur-Sultan, ndr], la nuova capitale, moderna e un po’ pacchiana, cattedrale nella steppa sorta dal nulla nel bel mezzo del nulla. Le alte montagne sullo sfondo di Almaty, che dividono a metà l’Asia e oltre le quali si stende la grande Cina, sono ancora vivide nella mia mente ma ormai lontane nello spazio…
Appoggiato al corrimano accanto alla finestra del treno, guardo un po’ assonnato la sterminata radura di brughiera giallognola che si dispiega a perdita d’occhio fino all’orizzonte leggermente ondulato. Sopra si apre un cielo straordinariamente terso, tinto di un blu vivissimo e intenso: è la bandiera del Kazakistan che si materializza davanti ai miei occhi, manca solo l’aquila che vola alta e leggiadra sulla steppa!
Preso da una leggera frenesia mi volto. Nel piccolo ripostiglio destinato al personale di bordo è adagiato, rovesciato all’insù, un colbacco da ufficiale ferroviario che, come tutto ciò che attiene al vestiario e agli accessori delle autorità post-sovietiche, non può che attirare integralmente la mia attenzione. Di colore blu scuro, sulla parte frontale del copricapo è apposta l’immancabile coccarda dorata con impresso il simbolo di due martelli intersecati tra loro a croce su sfondo azzurro. Il rimando ovvio e inconfondibile è alla falce e martello che fino a non molto tempo fa figurava su tutti i copricapi ufficiali, con ben poche eccezioni.
Prendo in mano lo smartphone per scattare alcune foto sia al colbacco che al paesaggio circostante. Riaccendo lo schermo e vedo ancora impresso l’ultimo messaggio di Arman, l’amico kazako che ho rincontrato ad Almaty.
Nu chto, Lorenzo, udachi tebje!” (in cirillico).
Appena più su il mio ultimo messaggio inviatogli:
Arman, non si può sempre rimanere dove è pieno di gente. E voi qui in Kazakistan non vi accalcate di certo!” (tradotto) – con una faccina sorridente a fine messaggio.
Ancora compiaciuto dell’arguta osservazione, mi metto a fare un rapido calcolo estemporaneo. A fronte di una superficie di quasi 3 milioni di chilometri quadrati, il Kazakistan conta solo 17 milioni di abitanti: una densità di circa 6 abitanti per chilometro quadrato, ancor più scarsa di quella della vicina Federazione Russa!
Leggo in successione anche il penultimo messaggio di Arman.
Ma che vai a fare a Sary-Shagan?! Lì non ci sta nessuno!”.
E ha ragione” – penso io. Per spezzare il lungo viaggio verso Astana e renderlo un po’ più avventuroso ho deciso, infatti, di compiere una sosta a circa metà del tragitto, sul lago Balkhash. Una decisione che ho preso all’ultimo prima di partire, motivo per cui il mio messaggio ha tanto stupito e sconcertato il mio amico Arman.
Sary-Shagan, la fermata, è un minuscolo villaggio segnato appena sulla mappa di Google. A compensare la ristrettezza fisica della località è però la vastità del lago Balkhash: una macchia ben distinta nel cuore del Kazakistan, una mezzaluna d’acqua lunga a occhio e croce 600 chilometri e paragonabile per dimensioni e forma alla Puglia!
Il senso di una fermata ferroviaria proprio in un luogo all’apparenza tanto isolato e insignificante quale è Sary-Shagan, situato su una tratta nevralgica, lunga e già di per sé scevra di stazioni come la linea Almaty-Astana, è in realtà facile da intendersi per chi ha una qualche conoscenza del “fantastico” mondo post-sovietico: il sito ha rilevanza militare. Nei pressi di Sary-Shagan infatti si trova un grande poligono militare che – come accade il più delle volte – è stato attivo in periodo sovietico ma oggi è pressoché abbandonato.
Torno con lo sguardo a scrutare la grande pianura giallognola davanti a me solcata e quasi disturbata nella sua quiete dall’ombra nera del nostro treno e dei tralicci ferroviari. Sposto lo sguardo verso sinistra e al margine del finestrino, in lontananza, distinguo una sottile lingua azzurra, quasi del medesimo colore del cielo. La vedo avanzare a lenta velocità, insinuandosi nella pianura e inghiottendo a mano a mano dentro di sé la linea dell’orizzonte. Non c’è dubbio: quello è il lago Balkhash. Significa che a breve sarò giunto a destinazione!

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Dopo circa mezz’ora il treno si ferma alla detta stazione di Sary-Shagan. Dai finestrini, un po’ nascosto tra le tende blu dai motivi arabeggianti, s’intravede l’edificio della stazione: giallo ocra, spoglio e con qualche crepa, esattamente come il terreno ora già brullo che lo circonda. Lo zaino da viaggio è ben sistemato sulle mie spalle e attendo che i passeggeri che mi precedono scendano dalla carrozza. Con prudenza, voltato di schiena, scendo anch’io i ripidi scalini del vagone atterrando sulla banchina con balzo obbligato di mezzo metro.
La sensazione che mi pervade appena inizio a guardarmi intorno è quella di essere un perfetto pesce fuor d’acqua, un forestiero in tutto e per tutto, a partire dall’aspetto e dall’abbigliamento. Mi ritrovo nell’Asia profonda e rurale in mezzo a gente con cui non ho praticamente nulla in comune, forse nemmeno più una lingua, dal momento che il russo sembra esser stato scalzato dal kazako. Il mio ingombrante zaino (guarda caso anch’esso azzurro con sagomature gialle, proprio come il Kazakistan!) segnala ancor più – come se ce ne fosse bisogno! – l’avvento dell’insolito straniero. Un imbarazzo che però dentro di me si accompagna ad una certa eccitazione, del resto appositamente cercata: quella di essere in un posto nuovo, remoto e tutto da scoprire.
Mi incammino verso l’uscita seguendo la folla scesa dal treno, composta per lo più di donne attempate dai tratti grezzi e rustici con i volti segnati da profonde rughe. Cerco di mettere un po’ in moto il mio corpo, anche perché la temperatura qui è prossima allo zero e il freddo mi sembra essere più fastidioso del solito. Mi ricordo così di essere in prossimità di un lago grande quasi come un intero mare, dove quindi l’umidità sta di casa, e realizzo con un filo di preoccupazione che i jeans di tela mezzi sgualciti che ho indosso non sono esattamente l’indumento più adatto al posto in cui sono appena giunto.
Passo attraverso una sfilza di bancarelle e baracchini dove solerti donne vendono disparati prodotti e alimenti, tra cui pesce fresco appeso a robusti appendiabiti. Invitano con solerzia e talvolta con qualche lieve schiamazzo i passanti ad acquistare la loro merce, ma sempre mantenendo un compostezza di fondo e senza mai assalirli. Del resto qui la clientela (o supposta tale) è tutt’altro che facoltosa e per di più ha l’aria alquanto sorniona. Anche in questi momenti di quotidiano incontro e mescolanza affiora tutta la placidità, la temperanza e la gentilezza d’animo di cui sono portatori i kazaki. Un’indole e un contegno, i loro, che non posso non ammirare, foggiati dalla vita nella steppa: un vivere duro e austero ma anche semplice, calmo, essenziale.
Mi avvio verso l’uscita della stazione prendendomela comoda, facendo più volte avanti e indietro sullo stesso tratto della banchina e cercando di raccapezzarmi sul da farsi. Già mi aspetto il solito stuolo di tassisti improvvisati assaltarmi all’uscita e a ciò devo prepararmi… D’un tratto il treno riparte (cinque minuti sono passati in un lampo) e rimango solo sul binario seguito solamente dagli sguardi incuriositi ma discreti dei venditori. Mi guardo intorno ancora un attimo alla ricerca di qualcosa che possa attirare la mia attenzione, ma al di là del lungo terrapieno che costeggia i binari c’è solo il cielo vuoto. L’aria che respiro è un po’ salmastra ma la si tira dentro a pieni polmoni. Non mi rimane a questo punto che andare verso la piazzola d’uscita adiacente al disadorno edificio della stazione. Quasi tutti coloro che erano passeggeri con me sul treno se ne sono già andati.
Giro l’angolo e compare l’uscita, delimitata da una malmessa recinzione di ferro. Cerco di guardare attraverso il reticolato e scorgo, immancabile, una nutrita schiera di uomini in piedi a fianco delle loro vetture. So già che non sarà possibile eluderli e che lì mi toccherà lasciare un po’ della mia pazienza, ma a questo tipo di impiccio sono ormai abituato; so come glissarli. Dunque me ne esco dalla stazione in tutta calma come se nulla fosse.
Anche loro mi hanno già adocchiato. Qualcuno comincia ad avvicinarsi a me, ma la loro prontezza nel circondarmi mi lascia spiazzato. Presto mi rendo conto di avere sottostimato anche il loro numero: di fatti ne vedo saltar fuori altri dai catorci posteggiati poco più in là. In un attimo mi ritrovo serratamente accerchiato, sommerso da saluti plateali, esclamazioni gergali le più varie e grossolane, offerte di passaggio urlate in russo sgangherato e denti d’oro digrignati ai quattro venti. La folla che mi sta ora intorno a una spanna di distanza è così pittoresca e stracciona che comincio a corrispondere con qualche leggero sorriso accompagnato però da un secco diniego. Non intendo infatti in alcun modo intrattenermi né prendere da loro un passaggio. Quindi cerco di smarcarmi con repentini movimenti di gamba ma lo stuolo di pseudo-tassisti, come normale che sia, prende a seguirmi a ruota e a farsi ancora più pressante. Con la visuale coperta in tutte le direzioni e le orecchie assillate delle loro domande insistenti mi vedo costretto a fermarmi e a dispensare conte risposte, tra cui quella circa la mia provenienza, ovvero la più fatale.
Divenuto ormai oggetto unico della loro curiosità allo stesso tempo interessata e disinteressata, rimango diversi minuti a stemperare la loro petulanza e a farli desistere dalle loro offerte di passaggio. L’unica mia intenzione è infatti quella di farmi una semplice passeggiata per il villaggio, arrivando fino al lago Balkhash per poi tornare indietro e prendere in serata il treno notturno per Astana. Nonostante ciò, il continuo suggerimento dei tassisti a recarmi nella città più vicina, Priozërsk, mi fa sorgere qualche indecisione e interrogativo. “Qui a Sary-Shagan non c’è niente da fare né da vedere” – mi ripetono più volte…
Liberatomi dall’assalto dei tassisti straccioni (in fin dei conti quasi gentili e simpatici se paragonati ai loro compari incattiviti di città), proseguo il mio cammino un po’ errante lungo la strada principale, la quale si presenta già da subito mezza sterrata. Mi rendo conto presto che Sary-Shagan è effettivamente un villaggio miserevole, costituito solo da alcune case per lo più di legno sparse su un reticolo di tre stradine completamente impolverate; un solo misero negozietto di alimentari, non una costruzione di rilievo al di fuori della stazione che mi sono lasciato alle spalle. Si palesa un’arretratezza da millennio passato che però merita di essere indagata e suscita un qualche interesse, oltre che emozioni da straniamento. E dire che poco distante da qui, fino a pochi decenni fa, lanciavano i missili in orbita!
Tiro dritto senza incontrare praticamente nessuno sapendo che la strada porta in direzione del lago, che stranamente non vedo più. Lievi avvallamenti del terreno, evidentemente, riescono qui in Kazakistan a nascondere laghi grandi come interi mari!
Avanzo di alcune centinaia di metri e mi ritrovo all’improvviso con i piedi quasi immersi nell’acqua, o meglio nel fango, giacché la strada sterrata si perde direttamente nella fanga che lambisce il lago. Davanti a me c’è solamente una passerella di legno marcescente adagiata sulla riva e ai lati una distesa di canneti… Insomma, passeggiata e panorama un filo deludenti, “ma è stato comunque interessante” – dico tra me e me, chiedendomi ora come impegnare le ore successive.
A questo punto sento il rumore sordo e singhiozzante di una marmitta provenire da dietro le mie spalle. Mi giro e vedo avvicinarsi a lenta velocità una vecchia macchina color grigio metallizzato col finestrino davanti semiabbassato. Si ferma a poca distanza da me sollevando un grande polverio dietro, e dal finestrino s’affaccia un signore attempato con l’avambraccio proteso verso di me che mi fa:
Ma cosa stai a fare qua? Forza, andiamo a Priozërsk
Rimango un po’ spiazzato dall’improvviso incontro e, già titubante sull’opportunità di rimanere qui a Sary-Shagan, mi metto a riflettere un momento sull’inatteso invito guardandomi smarritamente attorno. Penso al fatto che di tempo ne ho abbastanza e che se questo è tutto ciò che c’è da vedere a Sary-Shagan allora, forse, vale la pena fare un giro un po’ più in là, sebbene sappia che Priozërsk si trova a una decina di chilometri buoni di distanza. Domando quindi l’informazione principale:
Quanto viene?
Mille tenghé, duemila andata e ritorno – risponde l’uomo.
La cifra mi sembra a primo acchito più che buona. Calcolo velocemente il corrispettivo in euro: 5 euro e mezzo soltanto in totale! Il prezzo mi spinge ad accettare il passaggio per Priozërsk. Anzi, la decisione è presa.
L’uomo sulla macchina ha un’espressione benevola che ispira fiducia nonostante non sia proprio di bell’aspetto: pochi denti, tante rughe, capelli canuti rimasti per lo più solo sui lati, maglione grigio dello stesso colore della macchina e con vistose macchie di unto sopra. Accenna un sorriso, genuino e non antipatico. Sul sedile al suo fianco intravedo la sagoma ingombrante di una donna che deve essere la moglie. Evidentemente l’improvvisato tassista è solito, frattanto che scarrozza qua e là gli sparuti clienti, occuparsi anche delle varie faccende quotidiane.
Superata l’ultima riluttanza, accetto il passaggio e salgo in macchina sedendomi sui sedili posteriori dopo averci riposto anche lo zaino. Riparte, si gira leggermente verso di me e in modo affabile mi domanda:
Italiano, vero? Come ti chiami?
Gli dico il mio nome e anche lui si presenta:
Sono Erlan, piacere… Lei è mia moglie… Cosa ti porta da queste parti? Lavoro?
Rispondo che sono arrivato in questo posto per semplice turismo, per spirito di avventura. Che sono in Kazakistan per la prima volta e che provengo da Almaty. Mi chiede se mi trovo bene e come trovo il Kazakistan. Domande semplici, quasi ovvie, che servono ad ingranare un po’ la conversazione. Certo non sono molti i punti in comune tra di noi ma avverto una certa intesa e mi sento a mio agio.
Presto il discorso ricade, quasi inevitabilmente, sull’enorme differenza che in Kazakistan esiste tra città e campagna (o meglio, tra Almaty e Astana ed il resto del Paese). Erlan conferma le mie impressioni e rincara con qualche apostrofe nei confronti dei governanti a suo giudizio incapaci, corrotti e ladroni. Unica eccezione il presidente ormai quasi-eterno, Nursultan Nazarbayev, la cui aura semi-sacra lo mette al riparo da eccessive colpe. Insomma, stesse situazioni e stessi discorsi che si incontrano e si sentono diffusamente in quasi tutto lo spazio ex-sovietico.
Mentre viaggiamo e chiacchieriamo in macchina non posso che guardare con trasporto al paesaggio circostante: il terreno è tutto ondeggiante e cangiante di tinte giallo-scure, rossicce e verdastre, spesso amalgamate tra loro. Lungo la strada, tutta dritta e in condizioni d’asfalto più che discrete (già, all’improvviso è ricomparso l’asfalto), lievi colline si susseguono mostrando prima quasi unicamente il cielo, ora rannuvolato, poi l’intera steppa per centinaia e centinaia di chilometri di incontrastata desolazione. Anche il lago Balkhash, sulla nostra sinistra, appare e scompare a intermittenza senza che si riesca a capire chiaramente a che distanza si trovi da noi.
Il viaggio dura circa venti minuti. Al primo gruppetto di case che si incontra si è già alle porte di Priozërsk. L’ingresso nella città è fieramente annunciato da un aereo militare in scala ridotta, grigio metallizzato e recante una stella rossa sulla scocca. È piantato su un piedistallo e puntato verso il cielo a ricordare il contributo dato in passato dalla città nella corsa allo spazio, nonché la presenza in zona del sito militare ed aerospaziale di Sary-Shagan. Cominciano a vedersi in lontananza anche alcuni palazzi, rigorosamente uguali fra di loro e di spiccato gusto sovietico, tutti ricoperti di parabole satellitari. Di fianco a noi, sul ciglio della strada, sbuca un gasdotto che inizia a farci compagnia. Il paesaggio si fa lentamente più urbano ma il legame con l’ambiente circostante rimane forte e inscindibile e lo si riscontra adesso nella pronunciata sbiaditezza cromatica e polverosità di tutto ciò che ci sta attorno. Si fa anche ripetitiva la visione di monumenti, immagini e simboli che rimandano alla sfera aerospaziale.
Priozërsk in russo significa “città in riva al lago”. È una di quelle tante cittadine nel cui nome sono già racchiuse la loro storia e identità, e pure il loro destino: in questo caso, quelli di cittadina costruita dal nulla in epoca sovietica (il che equivale a dire dai russi) appositamente su questo lago onde assolvere a funzioni stabilite di volta in volta dalle sole autorità.
A un certo punto riappare il lago Balkhash oltre il ciglio d’una scogliera. Poco più avanti appare un grosso edificio recintato, quasi elegante e ben tenuto se confrontato con tutti gli altri circostanti, sulla cui facciata si distingue nitidamente un rilievo con impressi falce e martello e una stella sovietica rossa sgargiante.
Questo è il quartier generale per il poligono di Sary-Shagan. È rimasto così dai tempi dell’ URSS. La falce e martello non l’hanno tolta: conferisce maggiore importanza… Meglio che non fotografi, è comunque un obiettivo militare… – mi avverte Erlan vedendo che sto intentando una fotografia dal parabrezza col cellulare. Mi spiega anche che il poligono di Sary-Shagan è in concessione all’esercito russo, per quanto rimanga lo stesso sostanzialmente inattivo.
Ci addentriamo nell’area cittadina propriamente detta e raggiungiamo velocemente una piazzola cementata assolutamente anonima in cui Erlan parcheggia la macchina.
Arrivati – dice. Mi fa segno di guardare a sinistra. Avanti cinquanta metri si erge a monumento un altro aereo da guerra sovietico grigio metallizzato proteso verso il cielo e con stella rossa impressa sulla coda. Stavolta è di dimensioni quasi reali ed è posato sopra un blocco trapezoidale di marmo. Si affaccia proprio in riva al lago sul punto più avanzato di un sporgenza della costa.
Usciamo dall’auto. Il vento si è fatto impetuoso e rende il freddo più pungente. Andiamo incontro al monumento celebrativo aeronautico-militare che dà l’impressione di essere anche un punto panoramico. Arrivati in prossimità di esso, infatti, il lago Balkhash si apre in tutta la sua vastità. La sua riva è una scogliera alta una decina di metri, rocciosa e frastagliata, dove spunta solamente qualche sparuto albero spoglio e nodoso tra la ghiaia lambita dalle onde. Più che la riva di un lago sembra essere la costa di un oceano: nulla pare poter abbracciare il lago Balkhash. Le sue acque si presentano di color blu cenere, sono piuttosto agitate, non molto trasparenti ma nemmeno torbide. Mi chiedo se il lago sia normalmente balneabile d’estate, e nel dubbio rivolgo la domanda direttamente a Erlan.

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Certamente” – è la sua risposta, – in molti ci fanno il bagno qui d’estate, e l’acqua è pure tiepida. Solamente in quest’area non è il massimo fare il bagno per via dell’inquinamento provocato dai vicini impianti industriali: l’acqua purtroppo non è molto pulita. In più qui la scogliera è ripida e non lascia spazio a spiagge dove potersi riposare con un po’ di agio – aggiunge con un filo di amarezza.
Ciò che ha di particolare questo lago è che per metà è dolce e per metà è salato: è percorso da due correnti che non si mischiano tra di loro. Qui, nella parte occidentale, l’acqua è dolce, mentre nella parte orientale è salata. Inoltre il lago, nonostante la sua grande estensione, non supera mai i venti metri di profondità – mi spiega Erlan lasciandomi stupito per questi interessanti particolari di cui prima non ero minimamente a conoscenza.
All’orizzonte il sole, velato dalle nuvole, è già basso sopra al lago e tinge il cielo di un rossiccio tenue più o meno del colore della terra che ci è intorno. La vista è suggestiva e nel suo complesso il Balkhash lascia un’impressione di mitezza e insieme di austerità; infonde – mi verrebbe da dire – una sorta di romanticismo selvaggio.
Decido che possiamo andarcene, anche perché le folate di vento gelido cominciano a dare un certo fastidio. Tornando alla macchina Erlan mi fa intendere che posso pure rimanere qui e da qui cominciare il mio giro a piedi della città. Basta solo seguire la strada principale che diparte da questa piazzola e orientarsi in base ad essa.
Dammi il tuo numero di telefono – mi dice. – Quando sei pronto per tornare mi chiami. Io sono qui in zona, accompagno mia moglie per una faccenda… Hai a disposizione due ore e mezzo, tre. Chiama non più tardi delle otto, mi raccomando. Lo zaino lo puoi pure lasciare qui in macchina, lo riprendi dopo al ritorno.
Non ho alcun motivo per non fidarmi e ringrazio Erlan per la cortesia. Lascio quindi lo zaino sulla sua macchina-taxi, il che agevolerà di molto la mia passeggiata, e prendo su con me solo il borsello. Ricerco in rubrica il numero kazako che sto utilizzando, ci scambiamo i numeri di telefono e ci salutiamo. Erlan sale in macchina e riparte.

LORENZO BARATTI

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